7 cose da sapere quando sviluppi un sito web

7 cose da sapere quando sviluppi un sito web

7 cose da sapere quando sviluppi un sito web

Quando devo sviluppare un nuovo sito web per uno dei miei clienti, la prima cosa che penso è: dove lo sviluppo, in locale o da remoto? E poi, parlando sempre più nello specifico, il cliente ha bisogno di un CMS? In caso di risposta affermativa, se si trattasse di un CMS come WordPress, quale tipo di tema dovrei utilizzare e di quali plugin?

Successivamente, parlando più dal punto di vista grafico, dovrò capire a chi far fare il logo e quindi dovrò trovare una buona agenzia che si dedichi a realizzare il logo del sito web in questione.

Il tutto ovviamente dovrebbe essere supportato da un progetto ma di questo ne ho già parlato.

Infine devo capire dove andare ad ospitare il sito web e quindi quale servizio di Hosting utilizzare.

Ho cercato di raggruppare tutti questi aspetti in sette punti, scopriamoli:

Sviluppare in locale o remoto?

Ormai nel 2022 direi che non ha più senso sviluppare un sito web in locale e a seguire spiego meglio perché sviluppare un sito web da remoto:

  • possibilità di lavorare da più computer;
  • avere sempre un sistema di backup interno (anche se in questo caso dipende dal servizio di hosting scelto);
  • non avere grossi problemi di trasferimento una volta che il sito sarà pronto da mettere online se il sito in sviluppo si trova già all’interno della stessa infrastruttura come ad esempio un sottodominio o dominio di terzo livello;
  • non dover installare programmi appositi per sviluppare siti in WordPress o qualunque altro CMS che utilizza un database MySQL come XAMPP o simili.

Penso di aver snocciolato già le cose fondamentali per le quali valga la pensa sviluppare un sito web da remoto quindi su un sottodominio o dominio di terzo livello. Così facendo si avrà il controllo della nostra area che ovviamente però dovremmo chiudere ai crawler di Google in modo che il sito rimanga isolato e chiuso dall’esterno.

Usare un CMS o sviluppare un sito web a codice?

Ormai con lo sviluppo dei vari Content Management System sviluppare a codice un sito web potrebbe essere molto costoso. Basti pensare che se prendiamo WordPress come esempio, uno dei più famosi CMS utilizzati per i siti web, questo è utilizzato da circa il 50% del mercato dei siti web del mondo.

Usare WordPress quindi potrebbe essere sempre la strada da seguire ma chiaramente dipende dal progetto. Per un sito vetrina di poche pagine e con funzioni diciamo basiche è praticamente un “must”.

Per progetti più grossi come e-commerce con molti prodotti si può utilizzare PrestaShop ma anche WordPress si difende bene grazie al suo plugin più famoso per le funzioni di negozio online: Woocommerce.

Per il resto sviluppare un sito completamente personalizzato a codice può valere la pena ma è difficile trovare budget per farlo visto che ormai anche grosse agenzie e aziende preferiscono WordPress per la semplicità di utilizzo e per la completa autogestione dei vari contenuti interni.

Se usiamo WordPress, che tema utilizzare?

Eccoci arrivati quindi alla scelta del tema o struttura grafica che vogliamo dare al nostro sito web.

In giro per il web ci sono molte “banche” di temi a pagamento e gratuiti. Un po’ di tempo fa avevo parlato anche del perché usare dei temi a pagamento di WordPress.

L’importante è utilizzarne uno di cui si conoscono pregi, difetti e che sia supportato dagli stessi sviluppatori che l’hanno creato e che possono dare una mano in caso di richieste particolari.

A seguire faccio una piccola lista dei temi validi che di solito uso spesso:

Quali plugin utilizzare con WordPress?

Anche in questo caso avevo fatto già un articolo dove ne parlo approfonditamente: capire quali siano i plugin da scegliere per il nostro progetto è molto importante.

La regola poi è sempre la stessa: usarne pochi, quelli più famosi e che siano supportati da un’azienda o community.

Come realizzare un logo per il sito web che stiamo sviluppando?

Innanzitutto bisognerebbe cercare una buona azienda di design del logo che ci aiuterà a crearne uno personalizzato ed in linea con le esigenze del cliente.

Dico in linea perché, per ogni logo che si rispetti, dovremmo affrontare questo aspetto inizialmente con un brainstorming che ci aiuti a capire la direzione del nostro progetto.

Quale servizio di Hosting utilizzare?

Infine dobbiamo capire la tipologia di servizio di Hosting che ci servirà per gestire il nostro sito web e gli indirizzi di posta elettronica. Ovviamente laddove il nostro cliente non abbia ancora un servizio attivo da qualche parte nel mondo del web.

WordPress e molti altri CMS come Joomla, PrestaShop, Magento, Drupal e Moodle usano nativamente come sistema operativo (e quindi come servizio di Hosting) Linux quindi dovremo acquistare un servizio Hosting Linux.

Poi il resto sono diciamo cose da nerd ma che sono molto importanti come l’impiego di risorse informatiche di cui il sito web ha bisogno, lo spazio disco e se il servizio di Hosting è un semplice “condiviso” oppure una VPS ecc.

Conclusioni

Spero intanto di avervi dato degli spunti da cui partire quando si va a realizzare un sito web, almeno dal punto di vista più operativo del termine.

Successivamente si dovrà capire, magari con un brainstorming, quale logo per la propria azienda utilizzare. A tal proposito si dovrebbe cercare una buona azienda di design del logo.

Ma questo è soltanto l’inizio dell’avventura sul web e soprattutto parlando di WordPress siamo soltanto all’inizio visto che poi il sito deve essere sempre tenuto aggiornato.

Differenza tra bit e Byte, la lingua dell’informatica

Differenza tra bit e Byte

Differenza tra bit e Byte

In TV, nei social e sui giornali siamo bombardati dalle promozioni delle varie compagnie telefoniche che ci propinano costantemente valori e sigle che se non letti nella maniera corretta possono forviare il consumatore finale.

100 gigabit, 100 gigabyte o ancora 100 GigaBit o 100 GigaByte, ma qual è la differenza, come si scrivono correttamente questi dati e cosa vogliono dire?

Scopriamolo.

Per sapere bene cos’è il Gigabit e cos’è il GigaByte dobbiamo partire dal principio: 

Cos’è il bit? 

Il bit, acronimo di binary digit, è una cifra binaria ossia uno dei due valori 0 o 1 del sistema numerico binario; la sigla bit si scrive sempre minuscola.

Cos’è il Byte?

Il Byte è una serie o sequenza di 8 bit.

Il Byte si scrive sempre con la “B” maiuscola.

I multipli più famosi di bit e Byte

Adesso che abbiamo un’idea più precisa su questi due valori fondamentali dell’informatica, cerchiamo di avvicinarci ai multipli più famosi e di cui sentiamo sempre parlare.

Da sottolineare come i multipli del bit vengano utilizzati per indicare la velocità di trasmissione dei dati in informatica (bit/s o bit al secondo) mentre i Byte sono utilizzati come unità di grandezza di file e capacità di archiviazione o memoria (Ad esempio 1 GB di spazio disco o 1 GigaByte di memoria RAM).

Cos’è il kilobit e come si scrive? 

Il chilobit indica mille bit e si scrive tutta minuscolo. La sua abbreviazione è kbit o kb scritto sempre minuscolo.

Cos’è il chiloByte e come si scrive?

Il chiloByte indica mille Byte e si scrive con la “c” minuscola e la “B” maiuscola. Abbreviato si usa invece la k di “kilo”, così: kB.

Chilobit su Internet

Il chilobit su internet veniva per esempio utilizzato per indicare le vecchie velocità dei modem per la connessione ad Internet. Sigle come 56 kbit/s o 56 kbps venivano utilizzati fino ad una ventina di anni fa proprio per indicare la velocità di trasmissione dei dati dei vecchi modem.

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chiloByte in informatica

Il chiloByte viene usato anche oggi in informatica per indicare dimensioni abbastanza piccole di file come ad esempio le immagini sul web. L’abbreviazione che di solito si usa è kB ma a volte viene erroneamente indicato con il simbolo KB.

Cos’è il Megabit e come si scrive?

Il Megabit rappresenta un milione di bit e si scrive con la “M” maiuscola mentre la “b” di bit minuscola. Abbreviato si scrive Mbit o Mb.

Cos’è il MegaByte e come si scrive?

Il MegaByte è un multiplo del Byte, si scrive con la “M” e “B” maiuscole e rappresenta un milione di Byte. Abbreviato si scrive MB.

Megabit su Internet

Quanto spesso sentiamo in tv e nei vari media parlare di Megabit? Molto e troppo spesso anche le stesse aziende lo scrivono in modo errato e con significati anche ambigui. 

I dati su Internet o meglio, la velocità di trasmissione dei dati nelle telecomunicazioni si misura in bit al secondo abbreviato in bps (bit per secondo) o bit/s.

MegaByte in informatica

L’unità di misura dei MegaByte viene usata in informatica per indicare la quantità dei dati. Unità che viene utilizzata per quantificare la grandezza di un file e fino ad alcuni anni fa si utilizzava per la capienza di hard disk, chiavette USB e altri dispositivi di archiviazione di massa, sostituito per questione di grandezza dal GigaByte (vedi più in basso).

Cos’è il Gigabit e come si scrive?

Il Gigabit è un altro multiplo del bit, il Giga significa un miliardo, quindi un miliardo di bit. Anche in questo caso si scrive con la “G” maiuscola e il resto minuscolo.

Cos’è il GigaByte e come si scrive?

Il GigaByte è un altro multiplo del Byte, e la radice iniziale Giga significa un miliardo di Byte. La regola di scrittura è sempre la stessa: “G” di Giga maiuscola e “B” di Byte maiuscola. GigaByte.

Gigabit su Internet

La parola Gigabit si legge sempre più spesso sia su Internet che nei media tradizionali. Spesso però si fa confusione perché si parla solo di “Giga”, senza specificare se siano Bit o Byte. La differenza è ovviamente molto grossa perché nel primo caso parliamo di dati attraverso la rete, nel secondo invece parliamo di capacità di archiviazione o di GigaByte mensili per la navigazione da cellulare.

In questo caso è doveroso fare degli esempi: 

  • se parliamo di 2 GigaByte di dati di navigazione mensili, significa che possiamo navigare per questo valore. Calcolate che guardare un video su YouTube può prendere anche 500 MegaByte quindi un quarto della capacità totale di navigazione mensile;
  • se parliamo di 1 Gigabit come velocità di trasmissione dati (come le pubblicità molto spesso) significa che possiamo scaricare dati fino a 125 MegaByte al secondo o MB/s.

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GigaByte in informatica

GigaByte viene utilizzato per indicare la capacità di archiviazione dei dispositivi come Hard Disk, Chiavette USB e altri dispositivi di archiviazione di massa più moderni. Ovviamente ci sono anche file grandi più GigaByte e di solito si parla di file video.

Cos’è il Terabit?

Altro multiplo del bit è il Terabit, che corrisponde a mille (1000) miliardi di bit o bilione di bit. Anche in questo caso si scrive con la “T” maiuscola e il resto minuscolo.

Cos’è il TeraByte?

Il TeraByte, altro multiplo del Byte, contiene mille miliardi di Byte o bilione di Byte. TeraByte si scrive di solito con la “T” e la “B” maiuscole.

Terabit su Internet

Parlando sempre in modo semplice, su Internet è ancora difficile trovare questo valore, anche se ci stiamo per arrivare. La trasmissione dei dati in informatica con valore di Terabit al secondo ancora non viene utilizzata molto, però probabilmente in un futuro non troppo lontano ne sentiremo parlare.

TeraByte in informatica

Sicuramente avrete sentito parlare invece del TeraByte soprattutto quando parliamo di capacità di archiviazione. Ormai gli hard disk per PC utilizzano capacità nell’ordine di 1 o 2 TB spazio o più, ossia rispettivamente di 1024 o 2048 GigaByte o GB.

Conclusioni

Come avete potuto vedere la differenza tra bit e Byte è veramente molto grossa e bisogna stare attenti alle campagne pubblicitarie che a volte fanno molta confusione nella nostra testa. 

Se volete andare più nel concreto per capire ad esempio a quanto corrisponde un Megabit al secondo in termine di trasmissione dati, potete utilizzare il mio convertitore da Megabit a MegaByte al secondo.

Email: scopriamo l’errore 5.4.0 con indirizzi @alice.it

L’errore recita testualmente: These recipients of your message have been processed by the mail server: mail@nomedominio.xxx; Failed; 5.4.0 (other or undefined network or routing status) e ogni qual volta proviamo ad inviare un messaggio ad una mail @alice.it, su alcuni server ci ritorna indietro un messaggio proprio con questa dicitura.

Grazie al gruppo Fatti di Hosting su Facebook (di cui sono un felice membro) e alla professionalità di Fabrizio Leo, CEO di FlameNetworks, siamo riusciti a capirne il motivo.

Per risolvere il problema, dopo un attento sguardo al log del server, gestito con Parallel Plesk, Fabrizio ha effettuato numerose prove a riguardo ed ha così inserito un A Record che rimandasse a mail.nomedominio.xxx e un MX Record che andasse a gestire le mail con lo stesso servizio dell’A Record. Se utilizzate un servizio come internetbs.net vi ritroverete questa schermata:

servizio-mail-scopriamo-lerrore-5-4-0-con-indirizzi-at-alice-it

Una volta fatto ciò e aspettato la propagazione del DNS, i messaggi da Alice mail verranno correttamente recapitati.

Spero di aver fatto cosa gradita a chi, come me, si è trovato in questa situazione. Se ti è stato d’aiuto e/o hai trovato l’articolo interessante, condividilo sui tuoi canali preferiti.

Evoluzione del Web Design

Evoluzione del web design

Se fino a qualche tempo fa il web designer, ossia la figura dedicata alla gestione grafica dei vari siti web, era diciamo legata soltanto alla pura creatività, oggi questa pratica si è aggiornata, andando in contro a quelle che sono “soltanto” le necessità dell’utente.

Con ormai più di un decennio di esperienza infatti, gli utenti che navigano il web hanno assodato ormai certe dinamiche di cui voglio parlarti con questo mio articolo e che racchiudo in una piccola lista:

  1. Logo in alto a sinistra
  2. Carrello in alto a destra
  3. Menù in alto
  4. Breadcrumbs, o briciole di pane, nella parte alta del sito web.

Per il punto 1 e 2, anche se può sembrare una banalità, il logo e il carrello (se siamo davanti ad un e-commerce) identificano il sito web e fanno capire all’utente in quale sito o negozio si trovano. Vi è mai capitato di entrare in un sito con il logo in un’altra posizione, lasciandovi quel senso di smarrimento?

Ci sono tuttavia siti web che non utilizzano queste dinamiche, il motivo è probabilmente da ricercare nel fatto che ormai sono molto conosciuti e quindi possono diciamo permettersi (neanche molto in realtà) queste “falle”. Se però sei un negozio online o hai un sito da poco tempo, devi necessariamente adeguarti a queste dinamiche perché nulla in questo caso può essere tralasciato.

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Tornando alla nostra lista, più precisamente al punto 3, il menù è la parte centrale del nostro sito web, qui infatti saranno presenti tutte le informazioni che potremmo trovare e che dovremmo necessariamente far trovare all’utente.

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Le breadcrumbs infine aiutano a capire all’utente dove si trova, soprattutto in quei siti pieni di categorie, tag e sotto sezioni. Vi capita di solito di trovarle in alto nei siti web, allineati a sinistra o a destra. A seguire un esempio con tutti i 4 punti evidenziati.

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Spero di averti fatto ragionare anche solo un minuto sull’evoluzione del web design che in questi anni ha veramente cambiato il proprio senso di marcia, andando sempre più a favore dell’utente e tralasciando la pura creatività che chiaramente non verrà mai abbandonata ma che si è, sempre in questi anni, evoluta.

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Perché NON scegliere servizi di hosting gratuiti per i siti web

Hosting gratis o a pagamento?

Se sei in procinto di aprire un tuo sito web e stai pensando di utilizzare uno di quei servizi di hosting gratis che ti permettano la realizzazione del tuo sito, in maniera del tutto free, ti voglio far ragione un po’. Ti piacerebbe vivere su un monolocale in affitto e avere il proprietario che ti dice dove devi stare, dove devi andare, dove mangiare e così via? Ragioniamo insieme.

È vero, in “due click o quasi” riesci, con questi servizi, ad impostare un tuo personale sito basico che chiaramente può andar bene per un discorso amatoriale ma quando vuoi spingerti più in la del servizio gratis, arrivano i problemi.

Indirizzi mail, spazio web, accesso FTP senza vincoli, numero di database MySql, funzionalità aggiuntive nel sito, aspetti legati alla SEO ed alla User Experience, ecc. Di solito i servizi gratuiti non ti consentono una totale personalizzazione o la possibilità di metter mano a servizi come quelli che ti ho appena elencato e, soprattutto, sei legato dal punto di vista del dominio ad avere un indirizzo per il tuo sito web simile a questo: www.nomeserviziogratis.tuodominio.com, cosiddetto anche dominio di terzo livello.

Va da sé che per un’azienda o un professionista che si rispetti (anche se alle prime armi), avere il proprio nome, azienda o associazione, legata ad un indirizzo di terzo livello, non sia propriamente professionale.

Se sei un libero professionista, un responsabile di un’associazione o azienda, il fattore web non lo puoi sottovalutare: la presenza online ormai fa parte di tutti noi, bisogna soltanto regolarci di conseguenza, utilizzare gli strumenti giusti e pensare che ormai avere un sito web è quasi come avere una propria carta d’identità (o curriculum se vuoi) dove poter inserire anche qualche articolo ben progettato.

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Agenzie web: in quale ambiente di lavoro viviamo?

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Con l’arrivo del web e l’evoluzione quindi delle agenzie di pubblicità classiche in agenzie web, nella maggior parte dei casi, mi sono sempre chiesto che tipo di ambiente di lavoro abbiano queste realtà. Personalmente ho avuto modo di provare sulla mia pelle pochi ambienti di questo tipo, visto quello di cui mi occupo attualmente e, per questo motivo, mi son sempre chiesto come si lavora in questi ambienti creativi.

Grazie ad un form che ho creato su Google e condiviso poi su Facebook, dove facevo una domanda davvero molto semplice, ho avuto parecchi riscontri (più di un centinaio) con risultati veramente curiosi e che andrò ad analizzare tra poco.

Nel form ho chiesto se, nel proprio ambiente di lavoro, si possa ascoltare musica, si possa chiacchierare direttamente senza grossi problemi oppure se siamo davanti ad un ambiente di lavoro più severo dove non “vola una mosca”. Altre risposte erano dedicate anche ad un metodo di lavoro di tutto l’ambiente ovvero se chi lavora non interagisce con i colleghi, seguendo ogni singolo lavoro/cliente da solo. Chiaramente c’è anche chi ha comunicato un disagio lavorativo che però non ho preso in considerazione.

Ecco quindi i risultati, in maniera totalmente anonima.

Serio, non vola una mosca 4 3.2%
Giocoso, si può parlare senza grossi problemi 44 35.2%
Serio con musica di sottofondo 17 13.6%
Giocoso ma senza musica di sottofondo 13 10.4%
Si lavora in squadra, stesso obbiettivo a cui collaborano più persone 20 16%
Ognuno lavora ad un lavoro diverso, senza interagire con i colleghi 10 8%
Other 17 13.6%

Ora possiamo però suddividerle in un altro modo, andando quindi ad elaborare un po’ questi dati.

Una delle cose da sottolineare è il fatto che, su circa 120 risposte al sondaggio, il 61.6% lavora in un ambiente giocoso con o senza musica, dove collaborano più persone o comunque dove c’è un’interazione tra i vari dipendenti o collaboratori. Il resto, circa 11.2%, è ancora diciamo legata forse ad un ambiente “vecchio stampo”, se così si può dire, dove ogni lavoratore si gestisce i clienti e, devo dire, purtroppo, non rende partecipe i suoi colleghi di quello che fa. La restante percentuale si divide poi in “altro” e quelli che hanno o meno musica di sottofondo durante il proprio orario di lavoro.

Se poi prendiamo solo il fattore “giocoso” della questione, senza contare l’ambiente serio o no, è stato circa il 45%, quindi più o meno la metà dei partecipanti al sondaggio si trova in un ambiente di lavoro comunque propositivo e più leggero.

Infine, diamo uno sguardo a quelli che non hanno trovato tra le risposte la propria situazione. Ebbene circa 14% del sondaggio ha voluto sottolineare la propria situazione che varia da un lavoro totalmente autonomo (casa, studio personale ecc) fino ad un ambiente molto dinamico dove si sceglie la musica ad ogni inizio di giornata e dove addirittura è presente la Play Station 4 in ufficio.

Infine, per i più curiosi, pubblico direttamente l’immagine del sondaggio con grafico a torta.

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Ora invece tocca a te, cosa ti aspettavi o comunque com’è il tuo ambiente di lavoro? Fammelo sapere nei commenti qui sotto.

Cos’è un moderatore? Alla scoperta di questa figura del web

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Quando mi chiedono: “tu cosa fai, il moderatore? Che cos’è?”

Quando le persone mi chiedono cosa faccio o di che cosa mi occupo, a volte ammetto di aver “paura” della loro risposta, quindi faccio un bel respiro e gli dico che, tra le cose di cui mi occupo durante il giorno, faccio anche il moderatore.

A quel punto, qualcuna di queste persone (di solito le più curiose) vogliono capire esattamente cosa fa un moderatore; la mia reazione quindi è di totale illuminazione. Il motivo? Credo che una delle cose più importanti per aumentare la nostra conoscenza e quella di un’altra persona sia proprio il fatto di spiegare bene cosa facciamo, soprattutto se si parla di web e della sua potenzialità. Nel mio caso mi rivolgo a questa persona cercando di fargli capire cosa significa fare il moderatore, ecco quindi il perché ho deciso di scrivere questo articolo.

Il moderatore

Nel mondo del web è conosciuto anche come “mod” e il moderatore, inizialmente presente nei forum dei vari settori dell’IT, ha preso sempre più piede nelle varie comunità online e sui social network. Su Facebook ad esempio, è possibile moderare un gruppo o Community per tenere diciamo un livello di conversazione accettabile fra gli utenti. Ma il moderatore non fa soltanto questo, è un lavoro che dovrebbe cominciare inizialmente (almeno per me è cominciato in questo modo) per passione per poi evolversi in qualcosa di più forte. Il moderatore dovrebbe conoscere innanzitutto l’ambito di cui si deve occupare, proponendo a volte dei contenuti in modo da coinvolgere gli stessi utenti del forum o nella sezione in cui “opera”.

Relazione con gli altri utenti

In un forum e nei social network esistono, anche se a volte le persone non lo pensano, delle regole di comportamento come nella vita privata. Suddette regole vengono redatte affinché la vita nel forum o nel gruppo di un social network sia più libera possibile e rispettosa di tutti. Niente insulti quindi ne tanto meno prese in giro, commenti razzisti e messaggi blasfemi. Ma qual è la cosa che ho a cuore veramente? Un moderatore non dovrebbe mai far pesare il proprio grado sull’utente. Questo non farebbe altro che far letteralmente scappare gli utenti o, peggio, creare flame nelle varie discussioni. Ci sono molti forum in Italia ma anche nel mondo, dove quando si scrive si è quasi scherniti dal primo utente che ti legge, ma anche dagli stessi moderatori, che ti rispondono in un thread o addirittura ti arrivano risposte saccenti e “altezzose”.

Cos’è un flame?

Un flame (fiamma in inglese) significa creare un messaggio provocatorio nei confronti di altri utenti, il tutto per cercare di aizzare gli stessi contro. Questo discorso vale anche per i social network, chiunque può creare flame in qualunque ambito.

Cos’è un thread?

Un thread è una “discussione” ossia una piccola stanza dove si può parlare solo di quello per cui la discussione è stata creata (titolo del thread). Ovviamente in un forum sono presenti più stanze di argomenti dedicati al fine proprio del forum. Nei social network invece i thread si possono considerare dei semplici post che vengono poi commentati direttamente dagli utenti, gli stessi poi vengono moderati dai vari moderatori della pagina o del gruppo nel social network.

Il moderatore secondo me

Credo molto in questa figura del web in quanto grazie a loro, l’intero mondo “internettiano” è più sicuro, corretto e soprattutto utile. Per questo motivo il modo che ho di propormi come moderatore ai vari utenti è quello di rivolgermi con educazione, professionalità e trasparenza. Anche se siamo dietro ad una macchina, questo non ci deve distrarre dall’essere sempre noi stessi, anche se appunto non abbiamo una relazione visiva con gli utenti.

Spero dunque di avervi fatto capire come dovrebbe lavorare un moderatore, figura che soprattutto durante gli ultimi anni, ha visto una grossa espansione e non è al momento tutelata da alcuna legge. Speriamo che in un futuro…

Togliere URL dall’indice dei motori di ricerca: a cosa serve?

Parlando di SEO e di indicizzazione, vi sarà capitato anche a voi di cercare qualcosa su Google, BingYahoo e di notare che nei risultati di ricerca (o SERP) sono presenti dei link che non funzionano: ci cliccate sopra e come per magia si materializza un errore 404 “page not found”.

Ebbene, il SEO che gestisce il sito, dovrebbe in questi casi cercare di risolvere questo problema, per non incappare in penalizzazioni da parte di questi motori di ricerca più famosi. Ma come si può fare?

Ci sono due modi:

  • tramite .htaccess
  • tramite la Search Console del motore di ricerca più famoso ed utilizzato: Google

E’ chiaro però che dovremmo avere bene in mente cosa fare e, soprattutto, cercare di capire che cosa è successo alla pagina o articolo che non è più presente nel nostro sito. Se infatti stiamo tenendo sempre sotto controllo un sito e ci accorgiamo che una pagina è stata tolta dovremmo cercare di capire se quella pagina verrà inserita di nuovo con un permalink diverso, oppure se viene definitivamente tolta dal sito.

Nel primo caso, potremmo utilizzare un redirect che andrà a reindirizzare la vecchia URL alla nuova mentre per il secondo caso dovremmo dire al motore di ricerca di togliere quella URL dal proprio indice.

Partiamo dallo strumento forse più famoso: Google Search Console (il vecchio Web Master Tool di Google). Una volta entrati nel pannello dovremmo andare a sinistra cliccando il menù “Indice Google” e “Rimozione URL”. Vi basterà quindi inserire l’indirizzo completo comprensivo del “http” per inserire la URL da rimuovere. Attenzione però, questo non rimuoverà la URL completamente e in maniera definitiva, bisognerà comunque ricontrollare per vedere se Google ha capito che quella risorsa non c’è più ed eventualmente anche pensare di lasciare una pagina 404: Google la rimuoverà col tempo.

Tramite il file .htaccess poi è anche possibile reindirizzare direttamente la URL vecchia alla nuova o alla home del nostro sito (nel caso in cui la URL da rimuovere non abbia altre risorse simili per argomento nel sito). Per farlo è sufficiente scrivere nel file così:

Redirect 301 /vecchiaurl.htm http://www.nuovodominio.it/paginanuova

Perché Redirect 301? Esistono due tipi di redirect, il definitivo e il momentaneo. In questo caso ho optato per un redirect definitivo, il 301 per l’appunto e il momentaneo ha invece il codice 302.

Spero di avervi chiarito un po’ di dubbi riguardo questo vero e proprio lavoro. Pensate infatti di avere 20 o più siti da gestire e sistemare i link diventa dura se non si hanno competenze e soprattutto un metodo.

Per chi volesse approfondire, suggerisco la lettura del libro di Riccardo Mares, Mamma posso spiegarti lavoro nel web, di cui ho scritto la recensione.

Cookies e Privacy: dal 2 giugno 2015 saranno obbligatori per i nostri siti web.

Dopo il 21 aprile e il #mobilegeddon, un’altra novità sta per arrivare nel mondo dei siti web, stavolta però riguardante il loro aspetto legale: l’utilizzo di Cookies e Privacy. Dal 2 giugno 2015 infatti sarà imposto, dal Garante della Privacy, l’obbligo di far accettare l’informazione relativa all’inserimento di Cookies nel proprio sito web da parte degli utenti che atterreranno sul sito.

Ma cosa sono i cookies? Dall’inglese singolare cookie ossia biscotto, cookies al plurale, sono dei semplici file di testo che vengono automaticamente scaricati dai browser mentre navighiamo su un sito e che memorizzano informazioni come: il contenuto di un carrello della spesa di un sito e-commerce, alcuni dati degli utenti che visitano suddetto sito e alcune statistiche generiche come il codice di tracciamento Google Analytics e altri tipi di informazioni.

Quindi, facendo una sorta di lista da tenere ben presente quando si vuole creare un sito web, andiamo a vedere i punti focali dedicati alla parte burocratica da abbinarci:

  • Link che rimanda alla pagina Cookie Policy, Privacy Policy e alle note legali (visibile magari nel footer)
  • Fate accettare il consenso alla Privacy del vostro sito da parte dell’utente prima della compilazione e dell’invio di un form per il contatto generico (o quello per la registrazione) e iscrizione newsletter.
  • Inserite un “bannerino” che avvisi l’utente dell’uso dei cookies nel nostro sito web.

Ricordo comunque che per avere un sito web che funzioni, prima, oltre a queste diciamo informazioni da inserire, ci dovrebbe essere (in questo caso il condizionale è d’obbligo) un bel progetto per non trovarci, dopo pochi mesi, con poche idee.

Il web è comunque pieno di informazioni a riguardo e vi basterà cercare nei motori di ricerca notizie simili; quella da cui ho preso spunto io è una notizia dal blog di Alessia Martalo.

Siti WEB: dal 21 aprile Google favorirà quelli mobile friendly

Dal 21 aprile Google appoggerà il layout responsive.

Segnatevi questa data: 21 aprile, giorno storico per il web. Google ha infatti deciso di promuovere i siti mobile friendly a discapito di quelli che ancora non lo sono. Per chi non lo sapesse, un sito mobile friendly si può visualizzare anche dai piccoli dispositivi come tablet smartphone oltre che da notebook e pc normali. Quelli che non lo sono invece,si vedono diciamo in maniera strana, obbligandoci a scorrere con le dita sullo schermo per cercare di leggerne tutto il contenuto che non è praticamente adattato in automatico in base allo schermo.

Cosa ha spinto google a fare questo passo?

Pensate che oltre il 58% dei naviganti italiani, utilizza un device come il proprio cellulare o tablet per navigare; più della metà delle persone presenti sul web. Va da se che questo si traduce in un grosso business, sia per quanto riguarda le persone che praticamente da ovunque possono accedere al web e sia per le aziende che possono essere sempre più a portata di mano dei potenziali clienti. Il futuro? Il mondo del web è sempre in evoluzione e non ci resta che tenerci sempre aggiornati su questo mondo che cambia anche in base alle esigenze degli utenti e delle aziende.

Ma cosa succederà quindi nella SERP, ossia i risultati di ricerca di Google?

Dal 21 aprile i siti web responsive o mobile friendly saranno preferiti da Google nella ricerca organica, facendoli praticamente apparire prima rispetto a quelli ancora diciamo di “vecchio tipo” ossia quelli che non hanno un layout responsive, il tutto dalle ricerche (SERP) da cellulare/tablet. Quindi per un’azienda questo si tradurrà nel perdere posizioni nei risultati di ricerca (per ricerche fatte tramite smartphone o tablet), in base a certe parole chiave, perdendo così potenziali clienti.

Come facciamo a vedere se il nostro sito è mobile friendly?

Google ha messo a disposizione, da un po’ di tempo in realtà, un tool molto semplice che vi aiuterà a capirlo: clicca qui.

Spero di avervi aiutato a schiarire un po’ le idee su questa novità di Google. Se così non fosse vi prego di contattarmi attraverso i miei canali, sarò felice di aiutarvi.